Le api inventrici…delle mummie!

Nell’antica lingua persiana, il termine “ mum ” – trasformato poi nella lingua araba in mūmiyya e nel latino mumia – significa cera e, in tempi antichi, indicava una sostanza scura e molto densa, ritenuta un rimedio dalle proprietà medicinali.

Gli antichi raccoglievano questo bitume (o asfalto) in grandi quantità ed in diverse aree dell’attuale Iran, dal fondo del Mar Morto (anticamente noto come Lago Asfaltiti), nei pressi dell’antica Babilonia (Iraq), in Albania. 

Un idrocarburo naturale di cui anche Plinio il Vecchio (23 – 78 d.C.) elogia le caratteristiche: Le sue proprietà medicinali sono simili a quelle dello zolfo, essendo naturalmente astringente, dispersivo, contrattivo e agglutinante…Il bitume babilonese è molto efficace, si dice, per la cura della cataratta e dell’albugo, come anche della lebbra, dei licheni e delle affezioni pruriginose. Il bitume è impiegato, anche, sotto forma di linimento, per la gotta”.

Quando tra il I ed il II secolo d.C. alcuni esploratori greci si imbatterono per la prima volta in Egitto negli incredibili corpi imbalsamati dei faraoni, notando che questi erano intatti, scuri e lucidi, li chiamarono “mummie”, proprio perché sembrarono loro ricoperti di quel catrame che ben conoscevano ed utilizzavano.

Ma era davvero soltanto bitume quello utilizzato dai sapienti imbalsamatori egiziani? 

Gli antichi Egizi (che già nel 2.400 a.C. allevavano api) erano attenti osservatori e grandi studiosi della natura e del mondo animale ed intorno al 4.000 a.C. avevano notato in alcuni alveari un processo interessante, messo in atto dalle api per proteggere la colonia. 

Si accorsero infatti che, ogni qual volta un ospite indesiderato varcava la soglia della loro casa, le api attaccavano il malcapitato a colpi di pungiglione (ad es. un topolino, una lucertola o un grande insetto), fino ad ucciderlo.

Ma come potevano disfarsi di carcasse evidentemente molto più grandi e pesanti di loro? Le api, a questo punto, impossibilitate a trasportare all’esterno l’intruso, ricoprivano il corpo morto di propoli e cera d’api, evitando la proliferazione di germi e batteri che ne avrebbero causato la decomposizione mettendo a rischio la salubrità del loro habitat.

Di fatto, queste incredibili sostanze, bloccavano il processo di deterioramento imbalsamando l’estraneo: gli Egizi presero nota e iniziarono ad usarle a scopi medici e religiosi. 

Le procedure di mummificazione riservate dagli antichi Egizi ai corpi di faraoni, regine e componenti delle caste più nobili della società, sono state infatti in grado di preservare per millenni, e con risultati a dir poco impressionanti, le spoglie mortali di centinaia e centinaia di individui. Oltre all’eviscerazione e alla disidratazione cui venivano sottoposti i cadaveri, gli studiosi hanno constatato che le bende di lino utilizzate per avvolgere da ultimo il corpo erano spesso imbevute di resine vegetali, propoli e cera d’api. Tracce di queste due sostanze sono state evidenziate nella stragrande maggioranza delle mummie egizie, compresa quella di Tutankhamon! 

La cera d’api modellata veniva impiegata, inoltre, per sigillare cesure ed orifizi o riempire la cavità addominale, deprivata degli organi. Oltre che per la mummificazione, al tempo di faraoni la cera veniva utilizzata anche come sigillante, collante, tinta pittorica e per realizzare calchi utili alla manifattura di oggetti in metallo. 

La cera deve avere affascinato gli antichi per le sue proprietà: malleabile e fondente; impermeabile all’acqua; combustibile che non lascia residui e dal profumo inebriante. Nel celebre Libro dei Morti, non a caso, la cera è descritta come un prodotto dell’Occhio di Ra, una sostanza primordiale creata dal Dio Sole stesso, che piange lacrime di cera d’api. 

Il significato della parola mum, cera, ci suggerisce allora che il termine si riferisca proprio alla cera d’api o ad altri unguenti con i quali i corpi imbalsamati sarebbero stati ricoperti allo scopo di conservarli. L’annerimento cui naturalmente verte il corpo, che aveva inizialmente spinto le antiche popolazioni a credere fossero imbevuti di bitume, sarebbe quindi dovuto al processo di invecchiamento di questi materiali che, col passare del tempo, subiscono alterazioni chimiche assumendo un colore scuro brunastro.

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Terrantiga, espressione della biodiversità sarda, dove alle fioriture spontanee di erica arborea, lavandula, asfodelo, cisto si alternano il rosmarino, l’eucalipto, la malva, il trifoglio, il cardo selvatico, è l’unico collettivo di apicoltori esistente in Sardegna. Una tradizione secolare tramandata di generazione in generazione che si traduce in un modello di apicoltura sostenibile, naturale ed etica: un’azienda che fa del biologico un suo pilastro e che fonda le sue attività su concetti quali benessere delle api, qualità della produzione, salvaguardia ambientale.

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